Note al Capitolo Uno.

(1). Vedi volume secondo, capitolo Quattordici, 4, pagine 429-438.

(2).  Confronta  N. Abbagnano, Storia della filosofia,  UTET,  Torino,
1979, volume terzo, pagina 167.

(3). Vedi volume secondo, capitolo Quattordici, 4, pagine 458-459.

(4).  Questa  pubblicazione  gli stroncher  la  carriera  accademica,
iniziata l'anno prima come docente all'Universit di Erlangen.

(5).  Chi non rinunzia alla filosofia di Hegel, non rinunzia  neppure
alla  teologia (L. Feuerbach, Tesi provvisorie per una riforma  della
filosofia, in L. Feuerbach, Princpi della filosofia dell'avvenire,  a
cura di N. Bobbio, Einaudi, Torino, 1979, pagina 62).

(6). Ibidem.

(7). Ivi, pagina 63.

(8).  L'uomo  non  si  distingue affatto dalle  bestie  solo  per  il
pensiero.  La sua differenza dalle bestie  data piuttosto  dalla  sua
essenza  considerata nella sua totalit (L. Feuerbach,  La  filosofia
dell'avvenire, paragrafo 53, a cura di C. Cesa, Laterza, Bari,  19723,
pagine 133-134).

(9). Si tratta di un aforisma di Feuerbach (Nachgelass. Aphor., in  S.
W.,  decimo, pagina 318) tradotto da F. Lombardi, Ludovico  Feuerbach,
La Nuova Italia, Firenze, 1935.

(10).  La  teoria  degli  alimenti  di  grande  importanza  etica  e
politica.  I  cibi  si trasformano in sangue, il  sangue  in  cuore  e
cervello; in materia di pensieri e di sentimenti. L'alimento  umano  
il  fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far  migliore
il  popolo,  in  luogo  di  declamazioni  contro  il  peccato  dategli
un'alimentazione migliore. L'uomo  ci che mangia (L. Feuerbach,  Il
mistero  del  sacrificio, o l'uomo  ci che mangia; si  tratta  della
recensione  del 1862 a un libro di J. Moleschott sulla dottrina  degli
alimenti. Confronta F. Lombardi, opera citata, pagina 238).

(11).  L. Feuerbach, La filosofia dell'avvenire, paragrafo 41, citato,
pagina 156.

(12).  Le idee scaturiscono soltanto dalla comunicazione, solo  dalla
conversazione dell'uomo con l'uomo. L'uomo si eleva al concetto,  alla
ragione in generale, non da solo, ma insieme con l'altro (ibidem).

(13). Ivi, paragrafo 32, pagina 147.

(14).  L. Feuerbach, L'essenza del cristianesimo, a cura di A.  Banfi,
Feltrinelli, Milano, 1960, pagina 30.

(15).  L. Feuerbach, La filosofia dell'avvenire, paragrafo 62, citato,
pagina 172.

(16). Il problema della natura della religione  presente praticamente
in tutte le opere di Feuerbach; in particolare lo troviamo gi nel suo
primo  scritto  del 1830 (Pensieri sulla morte e sull'immortalit);  
ripreso nel saggio Intorno a filosofia e cristianesimo, pubblicato nel
1838  sulla rivista Annali di Halle, e quindi nella sua opera  forse
pi  celebre,  L'essenza del cristianesimo, del 1841; vi dedica  anche
L'essenza   della  fede  secondo  Lutero  (1844)  e  L'essenza   della
religione,  del 1845 (pubblicato nel 1846). Tra il 1848 e il  1849  fu
chiamato dagli studenti di Heidelberg a tenere un corso che lo  stesso
Feuerbach  pubblic nel 1851 con il titolo Lezioni sull'essenza  della
religione.  Le  teorie  di Feuerbach sulla religione  sono  quindi  il
frutto  di  una  riflessone ed elaborazione  ventennale.  Noi  -  come
abbiamo  fatto anche con altri filosofi - ne daremo conto  nella  loro
forma  pi  compiuta  e  definitiva, per cui i problemi  sollevati  in
L'essenza   della  religione  precederanno  quelli  dell'Essenza   del
cristianesimo.

(17). L. Feuerbach, L'essenza della religione, paragrafo 8, a cura  di
A. Ascheri e C. Cesa, Laterza, Bari, 19933, pagina 46.

(18).  Il  primo  concetto base di Dio non  appunto nient'altro  che
questo,  che  esso   l'esistenza che precede la  tua,  che  ne    il
presupposto. In altri termini: nella credenza che Dio abbia  esistenza
fuori  del cuore e della ragione dell'uomo, che esso esista  e  basta,
indipendentemente dal fatto che l'uomo sia o non sia, lo pensi  o  non
lo  pensi,  lo  desideri  o non lo desideri; in  questa  credenza,  o,
piuttosto, nell'oggetto di essa tu non hai in testa alcuna essenza che
non  sia  la natura, la cui esistenza non sia appoggiata all'esistenza
dell'uomo,  e  tanto  meno alle ragioni dell'intelletto  e  del  cuore
umano (ivi, paragrafo 10, pagina 47).

(19). Ivi, paragrafo 9, pagina 46.

(20). Confronta ivi, paragrafo 35, pagina 79.

(21).  Per  il  processo di umanizzazione della natura confronta  ivi,
paragrafo 36, pagine 80-82.

(22). Confronta ivi, paragrafo 37, pagine 82-85.

(23).  Confronta  L.  Feuerbach, L'essenza del cristianesimo,  citato,
pagine 42-43.

(24). Vedi volume primo, capitolo Due, 3, pagine 27-28.

(25). Vedi volume secondo, capitolo Tre, 3, pagina 84.

(26). Confronta L. Feuerbach, L'essenza della religione, paragrafo 36,
citato, pagina 80.

(27). Ibidem.

(28). L. Feuerbach, L'essenza del cristianesimo, citato, pagina 37.

(29). Ibidem.

(30). Confronta ivi, pagina 38.

(31). Ibidem.

(32). C. Cesa, Introduzione a L. Feuerbach, L'essenza della religione,
citato, pagina 22.

(33).  L. Feuerbach, L'essenza della religione, paragrafo 47,  citato,
pagine 96-97.

(34).   M.  Stirner,  L'unico  e  la  sua  propriet,  parte  secondo,
traduzione di C. Berto, con introduzione di G. Penzo, Mursia,  Milano,
1990, pagina 170.

(35). Egli [Feuerbach] sostiene infatti che noi abbiamo misconosciuto
la  nostra essenza e perci l'abbiamo cercata in qualcosa che  al  di
l;  ora  per se poniamo che dio sia la nostra essenza umana  dovremo
riconoscerlo proprio in questo suo senso e perci trasferirlo  dall'al
di  l  all'al  di qua. Questo dio, che  spirito, viene  definito  da
Feuerbach  la "nostra essenza". Ma possiamo accettare che  la  "nostra
essenza" sia contrapposta a noi stessi, e che veniamo scissi in un  io
essenziale e in un io non essenziale? Non rischiamo in questo modo  di
ripiombare  nella  tragica  situazione  di  vederci  esiliati  da  noi
stessi? (ivi, parte primo, secondo, 2, 1, pagine 67-68).

(36). Ivi, pagina 68.

(37). Confronta ivi, parte primo, secondo, 2, 3, pagine 97-98.

(38). Ivi, parte secondo, primo, pagina 172.

(39). Ivi, pagine 172-173.

(40). Ivi, pagina 173.

(41). Ivi, pagina 178.

(42). Ivi, pagina 179.

(43). Ivi, pagina 181.

(44). Che tu possa essere ricchissimo e miserabile  una cosa che  lo
stato  della  borghesia  lascia alle tue scelte  (ivi,  parte  primo,
secondo,  3, 1, pagina 129). Si pensi a quanto sostiene H.  Spencer  a
proposito  del fatto che nessuno costringe il lavoratore ad  accettare
le  dure  condizioni cui  sottoposto (vedi capitolo  Tre,  2,  pagina
105).

(45).  Stirner  scrive:  Ne consegue, cos  conclude  il  liberalismo
sociale,  che  nessuno  deve avere, cos come il liberalismo  politico
concludeva che nessuno doveva comandare, cio come qui solo  lo  stato
mantiene  il  comando, l  la societ che mantiene il  possesso  (M.
Stirner,  L'unico  e  la sua propriet, parte primo,  secondo,  3,  2,
pagina 139).

(46). Ivi, parte primo, secondo, 3, 3, pagina 152.

(47).  Vedi  pagina 19; confronta anche il giudizio di  Stirner  sulla
Rivoluzione francese: La rivoluzione non era diretta contro  l'ordine
esistente  delle cose, ma contro questa particolare esistenza,  contro
una  determinata cosa esistente. Essa distrugge questo signore, ma non
il  signore, al contrario i Francesi vennero tiranneggiati in  maniera
ancora  pi inflessibile; uccise i vecchi viziosi, ma volle  garantire
un'esistenza sicura ai virtuosi, cio pose al posto del vizio la virt
(viziosi e virtuosi si differenziano fra loro quanto un ragazzaccio da
un  filisteo). Fino ai giorni nostri il principio della rivoluzione si
 limitato solo a combattere questa o quella esistenza, cio ad essere
riformatore. Per quanto possa essere migliorato, fortemente ristretto,
il  "progresso  ragionato" porta solo alla sostituzione  di  un  nuovo
signore  al posto del vecchio, e la rivoluzione  una - ricostruzione
(ivi, parte primo, secondo, 3, 1, pagina 134).

(48).  Ivi,  parte secondo, secondo, 2, pagina 298. Per  il  carattere
sociale  dell'uomo, derivante proprio dal rapporto  con  la  madre  al
momento  della  nascita, anche se utilizzato in  una  prospettiva  del
tutto  diversa,  confronta la posizione di C. Cattaneo (vedi  capitolo
Tre, 3, pagina 110).

(49). Ivi, pagina 299.

(50).  Del resto la libert assoluta  un assurdo: Non si pu  volare
come  gli  uccelli solo perch lo si desidera, perch non  ci  si  pu
liberare  del  proprio  peso; non si pu  resistere  quanto  si  vuole
sott'acqua  come il pesce, perch non si pu fare a meno dell'aria,  e
non  ci si pu liberare da questo bisogno necessario, eccetera  (ivi,
pagina 300).

(51). Ivi, pagina 304.

(52).  K.  Marx  e F. Engels dedicano la terza sezione  dell'Ideologia
tedesca  alla critica di Stirner (una terza sezione che occupa,  per,
oltre l'80% dell'opera); le altre parti sono dedicate alla critica  di
Feuerbach, a quella dei Rheinische Jahrbcher (Annali renani),  di
Karl Grn e di Georg Kuhlmann di Holstein.

(53). Vedi volume primo, capitolo Quattro, 3, pagina 76.

(54).  M.  Stirner, L'unico e la sua propriet, parte secondo,  terzo,
citato, pagina 350.

(55). Ivi, pagina 351. Le parole Ho posto la mia causa su nulla (Ich
hab' mein' Sach' auf Nichts gestellt) che aprono e chiudono L'unico di
Stirner  sono  il  primo verso della poesia di J. W.  Goethe  Vanitas!
Vanitatum vanitas, del 1806.
(56).  L'associazione - aveva scritto Stirner - pu degenerare: quando
viene  meno  il  suo carattere dinamico (l'associarsi   un  continuo
associar-si), quando scompare il continuo flusso di ogni  pensiero  e
il  pensiero  cerca di fissarsi, l'associazione, trasformata  in  cosa
immobile,  muore  e  diventa societ. Un  chiaro  esempio  di  questo
processo  ci    offerto dal partito (confronta ivi,  parte  secondo,
secondo, 2, pagine 298-299).
